Ti sembra niente..?

Lavorare in campo medico è faticoso, non tanto per gli anni di studio, il tempo libero sacrificato, gli svaghi accantonati e la continua necessità di stare al passo con i tempi. E’ faticoso per il fardello emotivo che cresce in maniera esponenziale, a mano a mano che si frequentano le corsie, gli ambulatori, le sale operatorie, i corridoi dei reparti.  Entrare in contatto con il “paziente” significa sperimentare senza filtri cosa vuol dire essere affetti da una patologia e quanto, questa condizione casuale da cui a volte non ci si può sottrarrre, modifichi in maniera repentina e generalizzata la  vita e i gesti quotidiani cui spesso non si dà molto peso. Confrontarsi con queste situazioni consente di apprezzare meglio la propria e di minimizzare quei problemi che a prima vista potrebbero apparire insormontabili, ma che hanno sempre, per fortuna, una soluzione.

Voglio raccontarvi un episodio di cui mi ha reso partecipe un’amica e collega; episodio che le è capitato non molto tempo fa, durante un turno di lavoro.

Nel suo reparto era ricoverato un paziente che, tempo prima, era stato sottoposto a laringectomia e a tracheostomia a causa di una neoplasia maligna delle corde vocali.  Purtroppo, il fato non era stato clemente con lui e a distanza di qualche anno ha scoperto di aver sviluppato una neoplasia del retto e per tale motivo si era nuovamente recato in Ospedale. Il paziente in questione è chiaramente afono. Un giorno, mentre lo stava medicando, sente un suono indistinto, come se volesse dirle qualcosa. Al che interrompendo la procedura in corso, si rivolge a lui per sapere se andasse tutto bene, se avesse qualcosa da comunicarle.

No dottoressa, sto cantando“.

Mi ha scritto la mia amica: “se canta lui, senza voce e con due tumori..ho pensato che dovremmo lamentarci molto meno e goderci in tranquillità tutto ciò che abbiamo”.

Meraviglioso
ma come non ti accorgi
di quanto il mondo sia
meraviglioso
Meraviglioso
perfino il tuo dolore
potrà guarire poi
meraviglioso
Ma guarda intorno a te
che doni ti hanno fatto:
ti hanno inventato
il mare!
Tu dici non ho niente
Ti sembra niente il sole!
La vita,
l’amore.

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La pazza gioia

Risate e occhi umidi

Ieri sera, grazie a Mariangela che ha proposto un “cinemino”, ho passato inaspettatamente due piacevolissime ore in compagnia di Beatrice e Donatella.

La prima, bionda, occhi azzurri, sembra apparentemente la donna angelica tanto descritta da Dante, ma di lei porta solo il nome. Loquace, o meglio logorroica, sfoggia un dizionario di parole così vasto che al primo impatto lascia interdetto ogni interlocutore, il quale solo alla fine capirà che quella spasmodica ricerca di amore incondizionato- e non ricambiato- le serviva a colmare il vuoto che la sua ricca famiglia non ha mai neanche provato a riempire.

La seconda, in apparente e lapalissiana antitesi alla prima – mora, occhi castani, abiti neri e umore costantemente cupo – nasconde a parole un segreto, una storia, che paradossalmente grida al mondo attraverso le cicatrici e i tatuaggi che le istoriano la pelle di tutto il corpo. “Comprati un quadernetto per scrivere le tue cosine invece di avere tutto il corpo così” esordisce Beatrice, in uno dei suoi goffi tentativi di rompere il muro di ghiaccio, magrezza e dolore dietro il quale Donatella si è trincerata da anni.

I due personaggi attorno cui ruota il nuovo film di Virzì sono individui comuni, matte sì, ma come potrebbe esserlo/diventarlo chiunque di noi portato all’esasperazione, quando attorno non resta più nessuno a sostenerci e la forza che credevamo di avere dentro si è esaurita totalmente. E’ in quel momento che i problemi diventano insuperabili e le azioni disperate. Il film non nasconde questo aspetto, tant’è che le persone che conducono liberamente la propria vita al di fuori di Villa Biondi (teatro bucolico, dimora della comunità terapeutica cui sono state affidate le due donne) hanno altrettanti problemi e atteggiamenti singolari che nessuno può definire “normali”. Ed è proprio questa assenza di normalità attorno a loro, che spinge le due ad avvicinarsi,  a comporre un ossimoro vivente, una simbiosi di caratteri spigolosi che faticosamente si intrecciano in un legame che diventerà poi indissolubile.

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The color run – i 5 km più allegri del pianeta!

Ieri (14 Maggio 2016) si è svolta a Bari, precisamente presso la Fiera del Levante, una corsa amatoriale che ha lo scopo di colorare gli abiti e gli animi dei partecipanti. La Color Run, così è chiamata, è una “fun race” non competitiva lunga 5 chilometri che si ripete ogni anno in oltre 49 Paesi del mondo (circa 250 le città coinvolte in totale). Nasce negli Stati Uniti nel 2012 per promuovere il benessere e la felicità, per cui non si può non aderire.

Ho sempre guardato con occhi sognanti le foto di chi aveva avuto la fortuna di prenderne parte, perciò quando ho saputo che si sarebbe svolta a pochi metri da me, non ho esitato ad iscrivermi, supportata dalle  mie colleghe. Beh..il risultato è stato oltre ogni aspettativa!

Nonostante il cielo fosse cosparso di nuvoloni grigi che minacciavano pioggia, non so per quale curioso fenomeno atmosferico, siamo state letteralmente baciate dal sole. Arrivate in ritardo (come al solito) abbiamo arraffato i kit prenotati online e in tutta fretta ci siamo vestite, pronte per entrare nel vivo della corsa. Vengono forniti:

  • una maglia bianca con logo
  • una fascia totalmente antiestetica
  • una collana fiorata
  • la pettorina numerata
  • una borsa tracolla
  • due tatuaggi temporanei

Per entrare ancora più nel vivo della manifestazione abbiamo acquistato un paio di occhiali da sole – che si sono rivelati utilissimi per preservare un minimo di capacità visiva – e alcune bustine di colore.

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I primi 5 minuti, quando eravamo ancora “bianche”.

Apro un piccolo inciso: il colore contenuto nelle bustine è  a base di amido di mais, una sostanza completamente ecologica, non tossica, lavabile e addirittura ingeribile! Anche i celiaci possono partecipare a cuor leggero 😀

Tornando all’evento, al via si inizia a correre, ma ovviamente noi da vere sportive abbiamo preferito coprire la distanza tra lo “Start” e il “Finish” passeggiando e facendo milioni di selfie. Ad ogni km c’è un tappa monocromatica, dove si viene totalmente avvolti da polvere arancione, gialla o blu, per diventare via via più colorati e felici.

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Nel pieno del colore

Ovviamente, essendo a Bari, tutto questo si è svolto lungo un percorso che si snodava  a ridosso del mare, sul Lungomare Starita.

Arrivate alla fine, stanche ma felici, ci attendevano bibite, cibo e altre bustine di colore che si aprivano attorno a noi a ritmo di musica. Consiglio a chiunque di parteciparvi, almeno una volta nella vita perché è un’esperienza unica nel suo genere!

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Per tutti gli orsi di Berlino..

5 giorni nella capitale europea del design.

Sono appena rientrata a casa, anzi nell’appartamento dove attualmente abito, a Bitonto con un volo che da Berlino mi ha portata direttamente a Bari. L’unica cosa che non mi ha fatto sentire il distacco è stato il vento freddo che molto carinamente ha deciso di tenermi compagnia da qualche giorno a questa parte e che per ora non mi molla.

Ho deciso di scrivere a caldo questo post, che vuole essere un mini resoconto della mia vacanza, per non dimenticare i dettagli che potrebbero essere utili a chiunque decida di fare una capatina a Berlino, città a mio parere tutta da scoprire. Premetto che ho la fortuna di avere un cugino che abita lì e che quindi ha interrotto il mio iter da turista-fai-da-te per introdurre delle piacevolissime varianti.

Giorni totali: 5. Spesa totale: 600 euro.

Giorno 1 – arrivo e sistemazione in Hotel – East Side Gallery

Siamo atterrati alle 16 circa, ma prima di capire il funzionamento dei mezzi pubblici, trovare le entrate e le direzioni corrette delle metro ed arrivare in albergo si sono fatte le 18.  Berlino, infatti, ha 2 linee metropolitane che si intrecciano in continuazione, ma che spesso sono fisicamente separate perciò non vi aspettate di poter effettuare i cambi semplicemente spostandovi di binario. A volte è necessario uscire, percorrere qualche metro a piedi ed entrare in un’altra stazione. Comunque una volta capito il meccanismo, ci si riesce ad orientare benissimo e si può andare ovunque. Abbiamo acquistato la Welcome Card perchè facendoci due conti conveniva e in effetti una volta preso l’abbonamento non abbiamo più dovuto preoccuparci di nulla. Il tempo di darsi una sistemata e siamo usciti alla volta dell’East Side Gallery, un museo a cielo aperto di quanto resta del muro di Berlino (è il tratto più lungo, mentre altri pezzi possono essere trovati sparsi, in giro per la città). Pensavamo sinceramente di fare presto, invece la passeggiata si è rivelata più lunga del previsto (complici le decine di foto che inevitabilmente abbiamo scattato!) e si è fatta subito sera. Cena presso BBQ Kitchen, a pochissimi passi dalla fermata di Hackescher Markt e rientro in albergo.

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East Side Gallery

Giorno 2 – Porta di Brandeburgo – Reichstag – Duomo – Nikolaiviertel

Abbiamo iniziato la giornata con colazione da Starbucks e selfie davanti la Porta di Brandeburgo. Da lì abbiamo proseguito verso il Reichstag, il monumento dall’originale cupola in vetro e acciaio, da cui si gode un’ottima visuale della città (purtroppo il biglietto è acquistabile solo online e con più di un mese di anticipo..noi non ci siamo riusciti). Approfittando della bella giornata, ci siamo addentrati in Tiergarten, che definirlo giardino è riduttivo. Un’oasi curatissima, che nasconde numerose sculture e qualche laghetto, con l’erba così verde che invita i visitatori a fermarsi e sdraiarsi al sole. Da lì, sempre a piedi, siamo andati a vedere dal vivo il famosissimo memoriale dell’olocausto, una distesa di blocchi di marmo grigi che invitano alla riflessione. La camminata è andata avanti e siamo giunti a Potsdamer Platz, dove abbiamo sostato all’ombra di un centro commerciale, firmato Renzo Piano. Puntatina al Checkpoint Charlie, nell’affollatissima via di Friedrichstraße e poi pranzo con currywurst presso Alexanderplatz, all’ombra della torre della televisione. Subito dopo ci siamo diretti verso il Duomo e questa volta siamo riusciti a salire sulla cupola e vedere la città dall’alto. Da lì siamo entrati nel borghetto di Nikolaiviertel, dove si respira un’aria totalmente diversa, dove la case hanno i tetti appuntiti, gli infissi in legno e il tempo sembra essersi fermato.  Una chicca per il turista curioso. Davanti l’università di Humboldt c’è una piazzetta in cui, camminando attentamente, si può trovare una lastra di vetro che ci separa da una biblioteca, bianca, totalmente vuota: in quel punto Hitler fece bruciare alcuni dei libri che reputava contro il regime. In serata avevamo i biglietti per lo spettacolo The Wyld al Palast, un insieme di musica e arti circensi che ci hanno lasciati a bocca aperta; due ore e mezzo di spettacolo sono volati via in un soffio.

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Memoriale dell’Olocausto

Giorno 3 – Zoo & Acquario

Questa volta per la colazione abbiamo optato per Dunkin’ n Donuts e poi ci siamo diretti verso lo Zoo. Avevamo acquistato i biglietti per cui non abbiamo dovuto fare nessuna fila. Il giro è durato ben 6 ore, alla fine stanchi ma contenti siamo andati a fare una capatina alla Chiesa Bombardata e poi siamo rientrati in albergo per prepararci: serata danzante al Soda Club, uno dei pochi locali di Berlino senza selezione all’ingresso e quindi entrata assicurata (essendo arrivati prima della mezzanotte pagavano solo i maschi, 10 euro, con annessi 3 biglietti per consumazioni da 2,50 euro).

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Zoo di Berlino

Giorno 4 – Mauerpark

Un consiglio a tutti i viaggiatori: la domenica a Berlino è tutto chiuso! Avevamo lasciato questa giornata per visitare le cose che non eravamo riusciti a vedere nei giorni precedenti, ma soprattutto per prendere qualche regalino, ma abbiamo scoperto di non poter fare nè l’una nè l’altra cosa. Per fortuna che a Mauerpark ogni domenica c’è il mercatino delle pulci e dalle 15 in poi un karaoke divertentissimo, dove poter passare qualche ora al sole sui gradoni dell’anfiteatro mentre dei volontari allietano i passanti a suon di canzoni improvvisate.

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Mauerpark

Giorno 5 –  rientro

 

 

La perla dell’Adriatico, forse l’ho mangiata..

“Michi che devi fare domenica?” Le proposte di Fabiana e Paola iniziano sempre così.

E finiscono che siamo sulla pazza macchina di Palli a volare (letteralmente) verso una delle mille mete bellissime che la Puglia mette a disposizione. Questo fine settimana è stata la volta di Ostuni, Andria e per finire Trani. La paura di viaggiare su una macchina sparata a 140 km orari viene compensata dallo spettacolo che si presenta davanti agli occhi. Distese di acqua salata, di un blu intenso, attendono il nostro arrivo e lo sguardo si perde in ogni direzione. Il mare, nelle belle giornate, dà sempre quel senso di infinito e i pensieri arrivano fino all’orizzonte e da lì vagano a briglia sciolta.

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Trani

La città, nota anche come “perla dell’adriatico”, vanta una bellissima Cattedrale romanica che sembra spuntare fuori proprio da quel mare che la circonda quasi interamente. Oggi Trani è anche membro di un’organizzazione internazionale chiamata “cittàslow” che sostiene il miglioramento della qualità della vita andando contro i ritmi frenetici e le esperienze momentanee. Chiaramente questo pensiero viene ribadito anche dal lato enogastronomico, attraverso la promozione dello Slow Food. Figuriamoci se il cibo poteva restarne fuori.. 😀

Noi, quindi, per non essere da meno, ci siamo fermate qui a pranzare e tra ricci, carpacci, insalata di mare e spaghetti alle vongole, anche questa giornata è volta al termine.

Obiettivo: tenere alto il nostro nome di buoni commensali, sempre!

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Villa comunale – Trani

Tirando le somme sul tacco di Bacco..

<<Quale mondo giace aldilà di questo mare non so, 

ma ogni mare ha un’altra riva

e arriverò>>.

Così scriveva Cesare Pavese nel suo diario, Il mestiere di vivere, una raccolta di pensieri e sensazioni che lo hanno accompagnato fino all’ultimo dei suoi giorni.

Così mi sento di iniziare questa nuova parte del blog, perché da quando ho abbandonato la mia casetta a Latina e mi sono trasferita in Puglia questo mare mi ha rapita.

Ho accolto la notizia del trasferimento con tutti i sentimenti negativi che una scoperta del genere ti può lasciare addosso  – devi partire, da sola, verso una terra sconosciuta, in un posto ignoto, per un lavoro per cui non ti senti pronta, con colleghi che conoscerai solo con il tempo. Lo dico senza pudore, ho avuto paura. Paura di non farcela, di non essere all’altezza, di perdermi nelle piccole cose, di non superare il primo mese… E invece eccomi qui, dopo sei mesi di instancabile attività, con tutti i sentimenti positivi che un’esperienza del genere può farti provare.

Ho scoperto che abitare da soli è dura, ma porta tante soddisfazioni. Ho scoperto che le persone qui ti accolgono dentro casa senza necessità di doverti conoscere. Ho scoperto che puoi sviluppare rapporti intensi in poco tempo, se ne hai voglia. E così ho scoperto di far parte di una nuova, bellissima, insaziabile famiglia che, quando sarà, avrò difficoltà ad abbandonare.

Sono arrivata dall’altra parte del mare e ora voglio godermi un pochino il sole su questa riva.

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Welcome to Baccelli – Policlinico di Bari

Tazza Grande – ovvero come rivisitare male belle canzoni

Buongiorno.

So che i fan di Lucio Dalla, della musica italiana e più in generale delle belle canzoni mi odieranno. Però ho una mente che funziona così, purtroppo: quando penso ad una cavolata poi devo farla. E anche subito, altrimenti non riesco a liberarmi del pensiero! Vi ricordate quelle palline di gomma con colori psichedelici che uscivano nelle bustine delle patatine? Ecco, i miei pensieri stupidi funzionano esattamente così e per farli smettere di rimbalzare l’unico modo è dargli una voce.

Ho partorito quest’idiozia ieri sera, mentre sentivo un’amica cantare (bravissima tra l’altro) in versione acustica la canzone originale. Ho iniziato a canticchiare dentro me “ginseng in tazza grande” così tante volte che alla fine mi sono seduta al PC e l’ho riscritta tutta. Spero mi perdoniate e che leggendola vi possiate fare una risata, perché è solo quello lo scopo 😀

Ecco quindi “TAZZA GRANDE” , remake di “Piazza Grande”, famosissima canzone di Lucio Dalla.

Santi che pagano il mio conto non ce n’è
vorrei un ginseng in Tazza Grande,
ché quando ho voglia, caffeinomani con me,
qui non ce n’è.

Per zuccherarlo ho molta scelta intorno a me,
questo ginseng in Tazza Grande,
del suo aroma, del suo gusto tutto so,
sbagliati e no.

A modo mio, avrei bisogno di svegliarmi io.
A modo mio, vorrei un caffè che lo sa solo Dio.

Una passione vera e propria io ce l’ho
è il mio ginseng in Tazza Grande,
a chi mi ama prendo amore e amore do,
ma questo no.

Con me di gente generosa a volte c’è,
chiedo un ginseng in Tazza Grande,
e meno male che anche loro come me
bevon caffè.

A modo mio avrei bisogno di dolcezza anch’io.
Avrei bisogno di un gradito avvio.
La colazione non la mollerò mai mai,
a modo mio quel che ho ordinato me lo bevo io.

Un tovagliolo per pulirmi non ce l’ho
da ‘sto ginseng in Tazza Grande,
e se la macchia non si leva, non lo so

come farò

E se non ci sarà più l’arte del ginseng

voglio comunque in Tazza Grande,
tutti quei derivati del caffè

attorno a me.

Buona giornata!

Libri parlanti

Il 25 Ottobre a Milano si svolgerà un evento dal titolo: BookCity . Invidio profondamente chiunque abbia la possibilità di andarci e lo dico senza vergognarmene.

Comunque, in occasione di questo evento, ma soprattutto perchè oggi è il “Social Book Day“, ho deciso di partecipare ad un gioco librofilo e invito voi a fare altrettanto.

Donato alla National Gallery di Washington

Jean-Honorè Fragonard
La giovane lettrice
1776
Olio su tela
82X65 cm
Donato alla National Gallery di Washington

Il gioco, dal titolo Libri parlanti, è semplice e si compone di poche regole:

  1. Selezionate il numero di libri che volete
  2. Impilateli con i dorsi rivolti dallo stesso lato
  3. Componete una frase di senso compiuto
  4. Scattate una foto
  5. Postatela su un profilo de ilLibraio.it (Twitter,Facebook e Instagram) utilizzando l’hashtag #LibriParlanti

Da quello che ho capito le foto verranno successivamente raccolte in un unico album e i più creativi saranno premiati!

Beh, cosa aspettate? 🙂

Ecco le mie composizioni:

Libri parlanti

Libri parlanti

Ps. il quadro che trovate nel post si intitola La lettrice. Fragonard lo dipinse nel 1776 in pieno fervore illuministico. Grande attenzione viene data infatti al libro: i colori con cui l’oggetto è raffigurato e la sua posizione, unita all’atteggiamento assorto della protagonista, fanno sì che l’osservatore lo noti sin da subito. L’autore vuole sottolineare l’importanza del libro, non in quanto tale, ma come vettore di  educazione culturale per i popoli e strumento di diffusione degli ideali. Gli abiti della ragazza però ci fanno pensare che soltanto le classi piú alte della societá avevano la reale possibilità di accedere a tali conoscenze e dunque di potersi formare anche dal punto di vista professionale.

La Medicina di Klimt

Nel 1901 il celebre Klimt presentò, su commissione dell’Università di Vienna, un trittico di dipinti raffiguranti La Filosofia, La Medicina e La Giurisprudenza. Le Istituzioni richiesero la raffigurazione del trionfo della Scienza e, in particolare, l’importanza del suo potere terapeutico, ma l’artista si attenne ad una visione più Classica e si limitò a ritrarre il susseguirsi inevitabile del trapasso dalla vita alla morte.

Gustav Klimt La Medicina 1901-1907 Olio su tela 430X300cm Distrutto nel 1945 nell'incendio del castello di Immerdorf

Gustav Klimt
La Medicina
1901-1907
Olio su tela
430X300cm
Distrutto nel 1945
nell’incendio del castello
di Immerdorf

Nell’opera vengono riprodotti corpi di giovani, vecchi, bambini, donne e uomini nella più completa nudità, avvolti a malapena dal velo nero della Morte. In primo piano risalta Igea, il cui nome deriva dal greco Ὑγίεια e significa proprio  “salute o rimedio” dunque medicina. Figlia di Asclepio, viene posta al centro a fare da tramite tra il dramma umano che si svolge sullo sfondo e l’occhio dello spettatore.

Purtroppo il pubblico, la critica e le Istituzioni stesse non accettarono tale visione dell’ars medica e in generale furono indignati per la preponderanza della nudità impudica presente in tutte e tre le tele. Dopo essere state rifiutate quindi, verso la fine della seconda guerra mondiale, queste vennero dirottate presso il castello di Immerdorf, dove rimasero fino a che non furono distrutte da un incendio.

E’ trascorso un secolo ormai, ma l’opera di Klimt si potrebbe considerare per certi versi ancora attuale: la Medicina può evolvere, la Scienza può fare progressi, ma la Natura è quella che mette le carte in tavola e decide le sorti del gioco.